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sabato 23 agosto 2025

“Indifferenza morale”

 

     Nella nostra società, restare umani anche nella morsa delle pratiche maggiormente disumanizzanti è così la vera posta in gioco delle risposte di sopravvivenza.

    Sopravvivere senza varcare il limite della propria e della altrui umanità in contesti entro cui agli umani viene chiesto di rendersi totalmente disponibili e falsi principi mettendo da parte ogni altra considerazione etica e morale, è una grande impresa.

    La naturalizzazione pervasiva dei valori neoliberalisti, e le martellate richieste di legittimarli nella vita quotidiana, spingono molti, se non proprio tutti, lo si voglia o meno nelle nebbie morali di una zona grigia, di una zona frequentata da troppi attori che hanno smarrito il limite del proprio adattamento, spinti da un solo regista apparentemente solo ma dal disegno dei tanti.

    Come molte delle storie di vita vissuta, adattarsi alle disposizioni e ai modelli di comportamento a cui assistiamo e per molti una condizione spesso necessaria ma ciò non vuol dire che le urgenze dettate da questa condizione debbano e possano legittimare ogni pratica.

    C’è un limite nei processi di conformazione, un limite etico che occorre stabilire e rispettare. Perchè  esporsi al di là di esso, violarlo, trasforma l’adattamento strumentale in complicità morale.

    L’indifferenza morale a cui assistiamo, è una manifestazione attiva di un dominio da falsi ideali - una qualità specifica, e  chi la inscena non può esprimersi dall’istituire, con le sue pratiche, proprio quei dispositivi totalizzanti e disumanizzanti che egli stesso subisce.

    Qual’è il limite dell’indifferenza rispetto a ciò che accade, in una nazione o stato o più nazioni? Qual’è lo spazio che siamo disposti a concedere alle richieste di disponibilità che ci vengono fatte?

    Quali sono i limiti delle soluzioni biografiche e quali quelli degli attuali percorsi collettivi?

    Riconquistare consapevolezza e responsabilità sulle nostre pratiche e indubbiamente un passo difficile se è vero, come qualcuno ha scritto che “tra la conoscenza e l’azione e le sue conseguenze si spalancano abissi spaventosi, potenzialmente apocalittici”. Ma qualunque sia la difficoltà, questa pare essere la precondizione di un passo ulteriore: la proiezione nella scena sociale è più ampia delle dinamiche locali ed istituzionali.

    Quella proiezione da cui dipendono la problematizzazione delle soluzioni biografiche caldeggiate dalle istituzioni, e l’elaborazione di un pensiero sociale – di un tessuto di nuovi diritti e nuove reti di sicurezza – orientato ad istituire non solo una concreta difesa da i pericoli sociali, ma anche  i fondamenti di un nuovo orizzonte del diritto – che contempli il diritto universale alla piena cittadinanza, ad una esistenza garantita, alla propria non conformità, ad assumere e modificare l’identità di propria scelta, alla propria creatività differenza come risvolto maturo di un dovere altrettanto radicale: la partecipazione solidale alla questione comune.

    Perchè lo si voglia o meno, sopravvivere nei diritti universali è una “questione comune” legata alla capacità di far crescere una nuova narrazzione multifattoriale, di molte storie diverse e simultanee, ma a tutti “comuni”.

    La scelta del nostro cantiere di procedere per rispecchiamenti successivi, di conoscersi e riconoscersi nelle storie comuni, di mettere allo specchio queste storie sociali con altre storie che raccontano gli stessi dispositivi totalizzanti così come si presentano nelle istituzioni più totali, ha certo molti limiti.

    “Noi” fatto di tanti “Io” ci limitiamo ad offrire la genuinità degli specchi vissuti, costruiti sovrapponendo tante e tante storie normali e “quasi uguali” ma pienamente vissute.

    Ma questo limite dichiarato è sinchè la qualità specifica della nostra produzione del sapere che non si veste di poteri impelliciati o poteri imposti, nè pretende d’imporsi su altre dialettiche e si presenta all’incontro con la semplicità degli eventi accaduti.

    Un gioco e una risorsa perchè chi entra in esso non può evitare di mettersi in gioco, di trasformarsi instancabilmente in specchio e in figura alla specchio, contribuendo così ad una esplorazione sempre più dinamica e aperta dei limiti  della nostra consapevoleza collettiva.

L’essere umano come entità oltre ad essere stato integrato nel sistema produttivo, viene accompagnato anche in quello del consumo – consumo che non gli viene imposto ma subdolamente gli viene dato la possibilità di una libera scelta.

    Il sistema mette in opera un apparato di suggestione questo per aumentare i desideri alle nuove merce  dirigendo gli stessi nelle direzioni più proficue per l’industria o economia.

    I suoi desideri devono essere di continuo pilotati tali da essere prevedibili, lo si trasforma in un consumatore alla ricerca del suo essere attraverso il consumo.

    Tale sistema ha arricchito l’uomo materiale, lo ha però impoverito umanamente, disumanizzandolo attraverso il consumo, creando un sistema con cultura materialistica. La scarsità di pensiero critico e di  vere emozioni non potrà salvare l’uomo da un sentimento di solitudine e smarrimento. Non sperimentasse stesso quale attivo portatore dei propri poteri e della propria interiore ricchezza bensì quale una cosa impoverita dipendente da poteri a lui esterni nei quali ha proiettato la propria sostanza vivente.

    L’uomo è alienato da se stesso: riverisce le cose che produce, l’atto che ha compiuto diventa a se stesso “un potere estraneo” che lo sovrasta e gli si contrappone. Questo costituisce uno dei principali fattori condizionanti il nostro sviluppo interiore.

    È il pensiero, tanto da poter affermare che la nostra società vige una cultura subdola e finta del “quanto hai” come potenza di consumo; a discapito del “quanto sei” come potenza acquista con il proprio intelletto – una logica di pensiero che può definirsi “teoria dell’essere usati”.

Cultura del

Quanto hai, non del quanto sei,

Del tanto più meno uomo, quanto del più tutto oggetto

Facilmente manipolabile in quanto tale.

Questa falsa ideologia non riflette affatto la realtà della vita.

    Tali forme di consumo rappresentano le forze della sua stessa esistenza.

    Marx diceva: “abbiamo molto ma siamo poco”. La conseguenza è che l’uomo medio si sente insicuro, ai suoi occhi la vita è priva di senso; egli è vagamente consapevole del fatto che il significato dell’esistenza non può risiedere in null’altro che nell’essere “consumatore” e non potrebbe resistere alla mancanza di gioia e di significato della vita, non fosse per il fatto che il sistema gli offre numerose vie di evasione che gli permettono di dimenticare che sempre più sta perdendo tutto quanto ha valore nella vita.

    Io ritengo che per le giovani generazioni è indispensabile un orientamento ad un sistema referenziale che non sia quello borghese ma tragga da questo vitalità in senso umanistico.

    Il nostro sistema economico e sociale e obbligato a creare persone adatte alle sue necessità: persone disposte a cooperare, persone che sentono la necessità di consumare sempre più e i cui gusti siano standardizzati e possano essere senza difficoltà influenzati e manipolati.

    Lo stesso sistema proclama libertà e indipendenza, non soggetta ad alcuna autorità o principio di coscienza, e tuttavia disposta a farsi ordinare di compiere ciò che di loro ci aspetta.

    Inserirsi senza alcun ostacolo nel meccanismo sociale; ha bisogno di persone che si possano guidare senza ricorso alla forza, spinte all’azione senza una meta, se non quella di funzionare bene.

    L’alienazione dell’uomo odierno con tutte le sue conseguenze che comporta rende per lui difficile dare soluzioni a tali problemi. Adora tutto ciò che il sistema gli offre perdendo così il rispetto per la vita, la propria e quella dei suoi simili.

    In effetti, nelle nostre opinioni e idee c’è un grado di uniformità che potrebbe spiegarsi nel fatto che tutti concordano “volontariamente”.

    La doppiezza di linguaggio è divenuta la regola nei paesi a libera iniziativa.

    L’istruzione ha raggiunto un massimo di diffusione; eppure, se la gente riceve maggiori nozioni, minori sono ragione, giudizio e convinzione. Dando vita a sistemi di comunicazione ad immagine in tempo reale, tutta la gente è disinformata e indottrinata, più che informata della realtà politica -  sociale – economica. L’istruzione nei migliori dei casi sviluppa l’intelligenza, ma la ragione (vale a dire la capacità di spingersi al di sotto della superficie e di comprendere le forze sotterranee dell’individuo e della vita sociale, viene a essere sempre più impoverita.

    È lecito attribuire la responsabilità di queste condizioni alle nostre modalità di organizzazione sociale e economica. Il sistema con il suo modo di produrre e di consumare i rapporti tra esseri umani che esso promuove, creando proprio la situazione umana che si è descritta, ciò non perchè il sistema voglia crearla, ma perchè il carattere dell’uomo medio è plasmato dalla prassi di vita resa disponibile dalla struttura della società.

    Il potere deriva dal possesso, non dall’attività perciò il capitalismo contemporaneo aggiunge ulteriori ostacoli al pieno sviluppo dell’uomo. Potremmo rappresentare questo con una formula matematica di rapporti:

P = POTERE

E = ECONOMIA

C = CONSUMI

V = VALORI UMANI

 

P : E = C : V

V = E x C / P = MAGGIORI ECONOMIE / MAGGIORE POTERE = I valori si annullano a 0.

    Il prof. Fromm disse:

Nel capitale, cioè in esso l’avere è superiore nell’essere e che il passato condiziona il presente.

    Mentre è più proponibile che l’uomo scacci le catene che lo legano (le finzioni e le irrealtà), trasformandosi non in un essere impersonale ma individuo in grado di usare creativamente i suoi poteri umanitari e di pensiero.

    Marx: un essere umano non si ritiene indipendente a meno che non sia padrone di se stesso.

    Cioè deve la propria esistenza a se stesso in questo caso non si riferisce all’essere padrone del suo corso, ma in virtù delle sue capacità mentali, sa discernere ciò che è male e ciò che è bene per la sua stessa esistenza.

    Marx: l’uomo è indipendente soltanto se si appropria della molteplicità del suo essere uomo completo.

    Si riferisce alla completezza interiore e non certo dal punto di vista fisico – interiorità non soltanto dal punto di vista spirituale, completo nella sua coscienza, umano e unito alla sua natura. In se si farà spazio l’idea che l’intera umanità è in ognuno di noi, umanità intesa con tutte le sue potenzialità, facendo in modo di scoprire e capire, capire e scoprire.

    L’intera umanità oggi viene minacciata nella sua interiorità, nella sua esistenza spirituale.

    Un tale pensiero può non concordare con i vari umanisti. Anche se hanno molto in comune, in primo luogo, lì insistita affermazione che a contare non è soltanto la concettualizzazione, dal momento che l’esperienza umana a essa sottesa è altrettanto importante. Si deduce che gli stessi concetti possono esprimere o celare le più diverse realtà umane e diametralmente opposte, possono essere espressioni delle stesse realtà.

    Il altre parole, se è importante l’espressione di un atteggiamento mediante un concetto, il concetto stesso ha significato soltanto se viene riferito alla realtà dell’esperienza di colui che lo esprime.

    In secondo luogo l’umanità intera va salvata non soltanto dalla sua estinzione fisica ma anche dalla morte spirituale di cui lo minaccia la società industriale – economica.

    L’individualismo non l’uniformità ciò dare spazio all’individualismo che abbia proprie convinzioni e con umane aspirazioni. E non all’uniformità cercate e avvolte forzate dalla borghesia con opinioni d’accanto.

    Così l’uomo si espone al pericolo di trasformarsi in automa disumanizzato, senza una visione dell’esistenza che realizzi gli obiettivi di umana libertà. 

                                                                                    

                                                                                   

LIBERIBELLI

HEGEL: “L’IMMANE POTENZA DEL NEGATIVO”
 

Il disobbediente nella politica e nell’arte concettuale

 

Ci sono due modi per attraversare il fuoco, o perché si è talmente violentati i sensi da non provare più nessuna sofferenza, o sofferenza tutto ciò che c’è da soffrire.

L’uomo disobbediente doveva nascere da una strada difficile, dove si affrontano mille ostacoli, convinti che ci sta adoperando per se e per gli altri, e trova nella disperazione la forza per risorgere – egli è per l’eterno presente, denunciando al sistema la falsa eternità del capitalismo di destra.

Antropologicamente laico: che non consente patteggiamenti con la metafisica religiosa, che tiene ben distinto il movimento degli oppressi da coloro che criticano l’alienazione in nome da un umanesimo garantito dalla trascendenza.

“L’uomo come individuo di una società indubbiamente può, e perfino deve, sentirsi e riconoscersi limitato, avendo coscienza di questo suo limite, di questa sua finitezza, solo perché ha davanti a se come oggetto la perfezione, la infinità delle specie”. Un passaggio dall’uomo alienato all’uomo disobbediente e la riconquista di una assolutezza. Assolutezza che non sta nei cieli, ma comporta la riapporpiazione della facoltà legate all’essere naturale dell’uomo, ai suoi bisogni primari, cioè alle caratteristiche della specie. Il vivere implica prima di tutto la creazione di mezzi per soddisfare i suoi bisogni primari, la produzione della vita materiale stessa, questa è un’azione storica.

L’esperienza sociale si muove secondo certe regole e costanti, e secondo certe costanti si muove inoltre quella particolare esperienza sociale che è il capitalismo di destra. Per spiegare la storia del capitalismo, non basta riferirsi al concetto che la produzione è sempre basata sul rapporto tra l’uomo e la natura, tra il soggetto che crea valori d’uso e l’oggetto a cui il lavoro si applica, essa ha le sue regole costanti, le sue leggi. Cogliendo queste leggi, queste costanti, significa andare per un momento al di là degli individui, scorgere dei portatori di maschere, di categorie economiche. Un’ intreccio tra costanti generali, costanti del capitalismo e individui che di volta in volta svolgono i ruoli che il sistema capitalistico gli assegna . In questo il capitalismo appare come un sistema che priva il lavoratore delle sue capacità individuali, lo spersonalizza ed entrandovi sono incorporati nel capitale, essi stessi sono causa dell’esistenza del capitale. Con il suo posto di lavoro subordinato, la qualità del cittadino se la lascia alle sue spalle - non c’è insubordinazione, e viceversa – la lotta del disobbediente non è una semplice lotta di insubordinati, o di sabotatori – ne il sistema è l’unico luogo della subordinazione . Dovunque esistono forme di oppressione e di emarginazione create dal capitalismo sfrenato c’è bisogno di una sfrenata lotta sociale.

Ogni lavoratore ha il vantaggio di conoscere l’avversario: sono un rapporto obbiettivo di contraddizione con il capitale. Ormai sistematiche ideologie partitiche fuorvianti li hanno spinti sulla strada dell’ambiguo ceto medio facendo così scomparire nella mentalità di una società come classe operaia, corporativizzando la società e favorendo il sorgere delle aristocrazie operaie.

Fuori dal sistema, invece, gli oppressi non riescono a identificare il loro avversario perchè con il capitale non hanno un rapporto diretto di contraddizione. Il loro avversario è totale, enorme, mascherato e difeso come un tutt’uno con lo stato – donde la forza e il coraggio che derivano dalla disperazione, nella convizione che per uno stato capitalistico non vale la pena compiere nessun sacrificio e che i sacrifici vanno compiuti, fino a quello della propria morale, esclusivamente per eliminare la società esistente - il pericolo e la strumentazione di una destra capitalistica.

Le organizzazioni operaie e sindacali devono essere attente a non trascurare l’importanza di questa carica eversiva di lotta sociale, ad impedire che i compagni disobbedienti nelle manifestazioni si trovino abbandonati a se stessi, a ricordare che la lotta alla destra capitalistica non si esaurisce in fabbrica ed è legata in maniera indissolubile all’abbatimento di una ideologia di stati capitalistici globalizzati.

    Cominciare dal basso è anche cominciare con manifestazioni organizzate – il proletariato tramite questi movimenti ha oggi una estensione intellettuale con coscienza etica. La coscienza di classe significa molte cose, non è semplicemente coscienza di oppressione. Coscienza di classe significa coscienza che alla sinistra si arriva attraverso la creazione di istituzioni alternative del proletariato, non attraverso l’uso alternativo delle istituzioni politiche e giuridiche borghesi. Senza istituzioni alternative del proletariato, la transizione non comincia mai – e credere che sia già cominciata o possa cominciare sulla base dell’uso alternativo delle istituzioni borghesi, è la grande illusione della sinistra riformista: si colora di laicismo, senza perdere le sue virtù taumaturgiche. Coscienza di classe significa pure che non è dal modello di vita borghese che i ceti e marginati devono trarre ispirazioni. Sviluppare la coscienza di classe è il compito primario del disobbediente, apprestare strumenti  per il processo rivoluzionario e per i soggetti che ne sono protagonisti, è ciò che bisogna fare, quendo si sceglie di stare a fianco degli oppressi del sistema globalizzato – è una scelta che impegna la ragione e non meno delle altre facoltà umane.

    Umanesimo vuol dire anche riconoscimento che le sofferenze delle classi subalterne non sono astratte sofferenze di classe. E che le rinunce, a cui le classi sub-alterne vengono chiamate nei periodi di crisi del capitalismo, col pretesto che c’è da salvare un’intera nazione applicando leggi speciali e che l’austerità è dettata dal realismo e il realismo è dal canto suo la massima espressione dell’etica rivoluzionaria, sono rinunce di questo e di quello, degli individui che appartengono alle classi sub-alterne.

La storia del socialismo non è la storia di un romanzo edificante, ne una storia in cui i cattivi esitono solo perchè strumentali al trionfo dei buoni. L’umanesimo di Marx non è umanitarismo, e alla società di sinistra non si giunge per via di azioni riparatorie, di preghiere o di misticismo.

La storia degli uomini non è una storia sacra, dove l’individuo si è come perso. Non è possibile restaurare alcun tipo di oggettivismo metafisico. Oggettive sono le condizioni storiche, nel senso che ce le troviamo davanti. Al confronto con queste condizioni storiche il soggetto non sfugge: tanto che si arrende all’oggettività, e si lascia trascinare dalla corrente, quanto che vi opponga. Nell’un caso e nell’altro, al soggetto non è consentito rintanarsi in una storia in miniatura, che niente abbia a che fare e vedere con la storia universale. L’individualismo ossessivo e praticabile al pari della socialità pervasiva – entrambi sollevano l’uomo dalla responsabilità morale per quel che accade nella storia.

    L’individualismo ossessivo mette ciascun soggetto unicamente in relazione con se medesimo. La società pervasiva esclude qualsiasi relazione tra soggetti, perchè elimina i soggetti.

Non c’è società veramente buona che possa nascere al di fuori di un processo di disobbedienza che non abbia dalla sua la forza materiale della organizzazione e la forza morale dell’individuo che milita dentro l’organizzazione.

La lotta di classe è un motore in movimento, solo se gli oppressi e gli intellettuali si muovono. L’istinto di classe, quale disobbedienza, nella sua spontaneità, nasce per le vie della cultura e occorre poi trasformarle in coscienza di classe, questo è un testamento politico. Non resta che aiutare la spontaneità, impedire che si frantumi o diventi monopolio di ideologie reazionarie. Non si possono trascurare i momenti spontanei, le organizzazioni disobbedienti di No Global, sono movimenti popolari postmoderniste, o addirittura biasimarli, ne la sinistra può rinunciare ad inserirli nell’ambito di una politica orientata contro lo stato borghese considerati che essi sono la stragrande maggioranza degli assenteisti alle elezioni politiche o lo saranno nel futuro.

Le rivoluzioni non si fanno a tavolino. Intorno ai tavoli ci si siede per parlare, trovare mediazioni, stabilire accordi, compromessi, avviare riforme. Le rivoluzioni si fanno quando spontaneità e direzione consapevole si intrecciano. “ Questa unità della spontaneità e direzione consapevole, ossia della disciplina è appunto l’azione politica reale delle classi subalterne, in quanto politica di massa e non semplice avventura di gruppi che si richiamano alla massa”. Alla massa non basta richiamarsi – la massa,  bisogna averla con se. E per averla con se è necessario agire dentro al processo di produzione e di fabbricazione, dentro alla spontaneità medesima, nei luoghi dove il conflitto di classe è più forte e dove esplode la rabbia degli emarginati. Alla filosofia non è consentito divorziare dal senso comune.

E poi, la passione, il sentire soffrendo. “L’elemento popolare sente, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale sa, ma non sempre comprende e sente. I due estremi sono pertanto la passione cieca e il settarismo dell’altra”. E non si fa politica-storia senza questa connessione sentimentale tra gli intellettuali e il popolo. Se il rapporto tra intellettuali e il popolo, tra dirigenti e diretti, tra governanti e governati, e dato da una adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere, solo allora avviene lo scambio di elementi individuali tra governanti e governati, cioè si realizza la vita d’insieme che sola è la forza sociale, si crea il blocco storico con la spontaneità e l’intellettualizzazione, la direzione consapevole è verticismo. Senza direzione consapevole, la spontaneità è velleitarismo.

Non è tempo di manifestazioni, o rivoluzioni, i riformisti ricordando che il socialismo è fallito nei paesi in cui si è realizzato. Il fatto è che non bisogna credere alla società socialista come una società di angeli. Anzi, non bisogna credere ai modelli – per la semplice ragione che non esistono, proprio come un modello capitalistico non esiste.

Torniamo ancora su un argomento quale l’umanesimo come pratica politica, potremo così dire che non è dunque l’umanesimo che si condanna, quando si condanna l’individualismo. L’umanesimo non contrasta la necessità dell’organizzazione disobbediente dei No Global.

    Insistere sull’umanesimo serve a mantenere viva la priorità del movimento sulle strutture che lo rappresentano nella società civile e politica, l’importanza della spontaneità, del processo che comincia dal basso, dalle piazze e dalle strade. L’individualismo come pratica politica respinge ogni forma di organizzazione e alla spontaneità sostituisce l’attivismo. Espone il soggetto al fallimento, illudendosi di valorizzarlo. Spesso, non si sottrae al pericolo del fanatismo: al posto del Dio trascendente, o accanto a lui, viene allora inalzata la causa politica e la lotta per la causa politica si colora di immagini quasi religiose.

Il riscatto dell’oppressione appare come una specie di purificazione, l’individuo che opera per la causa un predestinato. Un pericolo, quello del fanatismo, che c’è pure nel movimento organizzato. La lotta per una realtà sociale vera, infatti richiede talora autentici atti di eroismo, e in ogni caso privazioni, sofferenze .Nell’ambito del movimento organizzato spontaneo, dove ciò che conta e alla fine l’azione di massa, è tuttavia più facile mantenere il senso delle proporzioni, mantenersi laici; è più facile privarsi, soffrire, nella consapevolezza di compiere un dovere, perchè l’etica rivoluzionaria così comanda, non perchè così comandi la propria soggettiva intenzione. Per questo bisogna portare un contributo alla filosofia della contraddizione significa orientare la lotta di classe su un terreno diverso da quello falsamente riconosciuto.

Per impedire che le classi lavoratrici si lasciano conquistare dal riformismo non devono difendersi soltanto dall’ideologia borghese delle classi borghesi, che presentano lo stato come imparziale, il sistema costituzionale delle libertà come sistema neutrale, la libertà di contrarre come espressione più autentica dell’individuo. Deve anche difendersi dall’ideologia borghese, dei suoi dirigenti, quando questi gli fanno credere che la lotta di classe si conduce all’interno della logica capitalistica dello scambio. Tra trasformazione disobbediente No Global e trasformazione borghese globalizzante non c’è continuità – il rinnovamento del disobbediente non comincia dove finisce la rivoluzione globalizzante: quasi che la compiuta realizzazione delle istanze del profondo mutamento della borghesia spetti al disobbediente e implichi di necessità una rinnovamento. Non si tratta di un gioco di staffetta, in cui ci si passa, da una mano all’altra, il bastone. Il che non esclude che le riforme abbiano l’effetto di migliorare la posizione del lavoratore da una situazione globalizzata.

Senza negare l’importanza di un partito laico e del sindacato come strumento di emancipazione politica e di battaglie rivendicative, il disobbediente deve appropriarsi della contraddizione. Scoprendo la contraddizione della società capitalistica, e solo sul terreno delle contraddizione il disobbediente è rivoluzionario, l’erede della filosofia classica tedesca. Appropiarsi della contraddizione significa seguire la strada che conduce il non a sopprimersi, e simultaneamente a sopprimere il termine antagonistico. La forza della negatività appartiene alle classi subalterne. È la forza di dire no! E di fare no! Appropiarsi della contraddizione è l’appropriarsi di una necessità, di una legge che ha il suo equivalente nelle leggi della natura. Da non sottovalutare, come motivazione inconffessata, l’incapacità di superare l’antica idea a cui ci hanno abituato le religioni della trascendenza: l’idea secondo la quale, per dare nella lotta le nostre migliori energie, persino la nostra vita, e ciò che abbiamo di più caro della nostra vita, sia indispensabile credersi detentori della verità assoluta, esecutori di un programma, incondizionabilmente valido. In effetti le scelte di una politica di sinistra non godono di speciali garanzie di assolutezza. Una scelta per altre scelte e per un militante è sufficiente che dalla contraddizione  tra capitale e lavoro possa aprirsi un nuovo mondo. Spetta al militante, una volta che abbia preso consapevolezza di questa possibilità, passare ai fatti. Spetta alla sua militanza tradurre la possibilità in realtà. Anzi, egli deve! La logica del possibile è la logica delle scienze sociali, quindi anche di una politica equa. La logica del necessario è la logica del militante per una rivoluzione disobbediente. La possibilità di una politica ecqua di sinistra si accoppia alla necessità dell’azione politica della sinistra.

Possibilità ed etica, cioè teoria e pratica – rimanere nel campo della teoria significa perdersi nel labirinto delle possibilità, perdersi nel vuoto sapere. Bisogna andare alla pratica, sena escludere l’etica. Se di possibile verità si deve parlare, nel senso di verità soggettiva, una conclusione si impone: la verità è del soggetto che agisce eticamente, varca i limiti della scienza. Si tratta allora d’una scienza di cui diffidare – l’esistenza piena non è concepibile al di fuori dall’etica, e nemmeno della passione. L’etica disobbediente comporta sofferenza – è la scintilla che accende il contrasto con l’archetipo della rivolta contro l’oppresione e al contempo è il mezzo per passare dalla possibilità della politica di sinistra alla necessità dell’azione per la sinistra. Disobbedienza rivoluzionaria è quell’etica che è pronta a sacrificare ogni interesse materiale, pur di consentire l’instaurazione di una società di sinistra che rifiuta il tatticismo del giorno per giorno; che non da un mano al capitale in cambio di vantaggi immediati con una vita vissuta solo sull’estetica; che non nutre illusioni sulla lotta combattuta sull’ambito degli istituti politici e giuridici della borghesia; che non intende la fase di transizione come un idillio intrecciato dalle classi subalterne con le forze più avanzate delle classi dominanti – in una parola, rivoluzionaria e disobbediente è quell’etica che accetta un solo tipo di realismo: realismo in quanto osservazione della realtà e scelta del momento e dei mezzi più opportuni per agire, non realismo in quanto atto di sottomissione nei confronti della realtà e delle sue principali tendenze. Il disobbediente come principale motivo deve volere tutto, deve sfidare anche le potenze delle multinazionali, del sistema globale, che non sembrano imbattibili. Egli è consapevole di essere il granello di sabbia che ferma l’ingranaggio del sistema capitalistico, consapevole anche che tanti granelli di sabbia trasformano il sistema capitalistico in un deserto. Basta sfidare la sua base: il consumo. Basta non stare ai patti. “Se c’è un movimento storico al quale la realpolitik è fatale e deleteria, questo è proprio il socialismo”, come movimento di disobbedienza.

Quando una società falsa e subdola, ormai invecchiata non muore, è perchè sono i molti coloro che non la aiutano a morire, per la paura delle poche certezze acquisite, che non sanno rinunciare all’oggi per timore che il domani li travolga. E attendere che una società muoia spontaneamente, è vegliare in vano.