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sabato 23 agosto 2025

“Indifferenza morale”

 

     Nella nostra società, restare umani anche nella morsa delle pratiche maggiormente disumanizzanti è così la vera posta in gioco delle risposte di sopravvivenza.

    Sopravvivere senza varcare il limite della propria e della altrui umanità in contesti entro cui agli umani viene chiesto di rendersi totalmente disponibili e falsi principi mettendo da parte ogni altra considerazione etica e morale, è una grande impresa.

    La naturalizzazione pervasiva dei valori neoliberalisti, e le martellate richieste di legittimarli nella vita quotidiana, spingono molti, se non proprio tutti, lo si voglia o meno nelle nebbie morali di una zona grigia, di una zona frequentata da troppi attori che hanno smarrito il limite del proprio adattamento, spinti da un solo regista apparentemente solo ma dal disegno dei tanti.

    Come molte delle storie di vita vissuta, adattarsi alle disposizioni e ai modelli di comportamento a cui assistiamo e per molti una condizione spesso necessaria ma ciò non vuol dire che le urgenze dettate da questa condizione debbano e possano legittimare ogni pratica.

    C’è un limite nei processi di conformazione, un limite etico che occorre stabilire e rispettare. Perchè  esporsi al di là di esso, violarlo, trasforma l’adattamento strumentale in complicità morale.

    L’indifferenza morale a cui assistiamo, è una manifestazione attiva di un dominio da falsi ideali - una qualità specifica, e  chi la inscena non può esprimersi dall’istituire, con le sue pratiche, proprio quei dispositivi totalizzanti e disumanizzanti che egli stesso subisce.

    Qual’è il limite dell’indifferenza rispetto a ciò che accade, in una nazione o stato o più nazioni? Qual’è lo spazio che siamo disposti a concedere alle richieste di disponibilità che ci vengono fatte?

    Quali sono i limiti delle soluzioni biografiche e quali quelli degli attuali percorsi collettivi?

    Riconquistare consapevolezza e responsabilità sulle nostre pratiche e indubbiamente un passo difficile se è vero, come qualcuno ha scritto che “tra la conoscenza e l’azione e le sue conseguenze si spalancano abissi spaventosi, potenzialmente apocalittici”. Ma qualunque sia la difficoltà, questa pare essere la precondizione di un passo ulteriore: la proiezione nella scena sociale è più ampia delle dinamiche locali ed istituzionali.

    Quella proiezione da cui dipendono la problematizzazione delle soluzioni biografiche caldeggiate dalle istituzioni, e l’elaborazione di un pensiero sociale – di un tessuto di nuovi diritti e nuove reti di sicurezza – orientato ad istituire non solo una concreta difesa da i pericoli sociali, ma anche  i fondamenti di un nuovo orizzonte del diritto – che contempli il diritto universale alla piena cittadinanza, ad una esistenza garantita, alla propria non conformità, ad assumere e modificare l’identità di propria scelta, alla propria creatività differenza come risvolto maturo di un dovere altrettanto radicale: la partecipazione solidale alla questione comune.

    Perchè lo si voglia o meno, sopravvivere nei diritti universali è una “questione comune” legata alla capacità di far crescere una nuova narrazzione multifattoriale, di molte storie diverse e simultanee, ma a tutti “comuni”.

    La scelta del nostro cantiere di procedere per rispecchiamenti successivi, di conoscersi e riconoscersi nelle storie comuni, di mettere allo specchio queste storie sociali con altre storie che raccontano gli stessi dispositivi totalizzanti così come si presentano nelle istituzioni più totali, ha certo molti limiti.

    “Noi” fatto di tanti “Io” ci limitiamo ad offrire la genuinità degli specchi vissuti, costruiti sovrapponendo tante e tante storie normali e “quasi uguali” ma pienamente vissute.

    Ma questo limite dichiarato è sinchè la qualità specifica della nostra produzione del sapere che non si veste di poteri impelliciati o poteri imposti, nè pretende d’imporsi su altre dialettiche e si presenta all’incontro con la semplicità degli eventi accaduti.

    Un gioco e una risorsa perchè chi entra in esso non può evitare di mettersi in gioco, di trasformarsi instancabilmente in specchio e in figura alla specchio, contribuendo così ad una esplorazione sempre più dinamica e aperta dei limiti  della nostra consapevoleza collettiva.

L’essere umano come entità oltre ad essere stato integrato nel sistema produttivo, viene accompagnato anche in quello del consumo – consumo che non gli viene imposto ma subdolamente gli viene dato la possibilità di una libera scelta.

    Il sistema mette in opera un apparato di suggestione questo per aumentare i desideri alle nuove merce  dirigendo gli stessi nelle direzioni più proficue per l’industria o economia.

    I suoi desideri devono essere di continuo pilotati tali da essere prevedibili, lo si trasforma in un consumatore alla ricerca del suo essere attraverso il consumo.

    Tale sistema ha arricchito l’uomo materiale, lo ha però impoverito umanamente, disumanizzandolo attraverso il consumo, creando un sistema con cultura materialistica. La scarsità di pensiero critico e di  vere emozioni non potrà salvare l’uomo da un sentimento di solitudine e smarrimento. Non sperimentasse stesso quale attivo portatore dei propri poteri e della propria interiore ricchezza bensì quale una cosa impoverita dipendente da poteri a lui esterni nei quali ha proiettato la propria sostanza vivente.

    L’uomo è alienato da se stesso: riverisce le cose che produce, l’atto che ha compiuto diventa a se stesso “un potere estraneo” che lo sovrasta e gli si contrappone. Questo costituisce uno dei principali fattori condizionanti il nostro sviluppo interiore.

    È il pensiero, tanto da poter affermare che la nostra società vige una cultura subdola e finta del “quanto hai” come potenza di consumo; a discapito del “quanto sei” come potenza acquista con il proprio intelletto – una logica di pensiero che può definirsi “teoria dell’essere usati”.

Cultura del

Quanto hai, non del quanto sei,

Del tanto più meno uomo, quanto del più tutto oggetto

Facilmente manipolabile in quanto tale.

Questa falsa ideologia non riflette affatto la realtà della vita.

    Tali forme di consumo rappresentano le forze della sua stessa esistenza.

    Marx diceva: “abbiamo molto ma siamo poco”. La conseguenza è che l’uomo medio si sente insicuro, ai suoi occhi la vita è priva di senso; egli è vagamente consapevole del fatto che il significato dell’esistenza non può risiedere in null’altro che nell’essere “consumatore” e non potrebbe resistere alla mancanza di gioia e di significato della vita, non fosse per il fatto che il sistema gli offre numerose vie di evasione che gli permettono di dimenticare che sempre più sta perdendo tutto quanto ha valore nella vita.

    Io ritengo che per le giovani generazioni è indispensabile un orientamento ad un sistema referenziale che non sia quello borghese ma tragga da questo vitalità in senso umanistico.

    Il nostro sistema economico e sociale e obbligato a creare persone adatte alle sue necessità: persone disposte a cooperare, persone che sentono la necessità di consumare sempre più e i cui gusti siano standardizzati e possano essere senza difficoltà influenzati e manipolati.

    Lo stesso sistema proclama libertà e indipendenza, non soggetta ad alcuna autorità o principio di coscienza, e tuttavia disposta a farsi ordinare di compiere ciò che di loro ci aspetta.

    Inserirsi senza alcun ostacolo nel meccanismo sociale; ha bisogno di persone che si possano guidare senza ricorso alla forza, spinte all’azione senza una meta, se non quella di funzionare bene.

    L’alienazione dell’uomo odierno con tutte le sue conseguenze che comporta rende per lui difficile dare soluzioni a tali problemi. Adora tutto ciò che il sistema gli offre perdendo così il rispetto per la vita, la propria e quella dei suoi simili.

    In effetti, nelle nostre opinioni e idee c’è un grado di uniformità che potrebbe spiegarsi nel fatto che tutti concordano “volontariamente”.

    La doppiezza di linguaggio è divenuta la regola nei paesi a libera iniziativa.

    L’istruzione ha raggiunto un massimo di diffusione; eppure, se la gente riceve maggiori nozioni, minori sono ragione, giudizio e convinzione. Dando vita a sistemi di comunicazione ad immagine in tempo reale, tutta la gente è disinformata e indottrinata, più che informata della realtà politica -  sociale – economica. L’istruzione nei migliori dei casi sviluppa l’intelligenza, ma la ragione (vale a dire la capacità di spingersi al di sotto della superficie e di comprendere le forze sotterranee dell’individuo e della vita sociale, viene a essere sempre più impoverita.

    È lecito attribuire la responsabilità di queste condizioni alle nostre modalità di organizzazione sociale e economica. Il sistema con il suo modo di produrre e di consumare i rapporti tra esseri umani che esso promuove, creando proprio la situazione umana che si è descritta, ciò non perchè il sistema voglia crearla, ma perchè il carattere dell’uomo medio è plasmato dalla prassi di vita resa disponibile dalla struttura della società.

    Il potere deriva dal possesso, non dall’attività perciò il capitalismo contemporaneo aggiunge ulteriori ostacoli al pieno sviluppo dell’uomo. Potremmo rappresentare questo con una formula matematica di rapporti:

P = POTERE

E = ECONOMIA

C = CONSUMI

V = VALORI UMANI

 

P : E = C : V

V = E x C / P = MAGGIORI ECONOMIE / MAGGIORE POTERE = I valori si annullano a 0.

    Il prof. Fromm disse:

Nel capitale, cioè in esso l’avere è superiore nell’essere e che il passato condiziona il presente.

    Mentre è più proponibile che l’uomo scacci le catene che lo legano (le finzioni e le irrealtà), trasformandosi non in un essere impersonale ma individuo in grado di usare creativamente i suoi poteri umanitari e di pensiero.

    Marx: un essere umano non si ritiene indipendente a meno che non sia padrone di se stesso.

    Cioè deve la propria esistenza a se stesso in questo caso non si riferisce all’essere padrone del suo corso, ma in virtù delle sue capacità mentali, sa discernere ciò che è male e ciò che è bene per la sua stessa esistenza.

    Marx: l’uomo è indipendente soltanto se si appropria della molteplicità del suo essere uomo completo.

    Si riferisce alla completezza interiore e non certo dal punto di vista fisico – interiorità non soltanto dal punto di vista spirituale, completo nella sua coscienza, umano e unito alla sua natura. In se si farà spazio l’idea che l’intera umanità è in ognuno di noi, umanità intesa con tutte le sue potenzialità, facendo in modo di scoprire e capire, capire e scoprire.

    L’intera umanità oggi viene minacciata nella sua interiorità, nella sua esistenza spirituale.

    Un tale pensiero può non concordare con i vari umanisti. Anche se hanno molto in comune, in primo luogo, lì insistita affermazione che a contare non è soltanto la concettualizzazione, dal momento che l’esperienza umana a essa sottesa è altrettanto importante. Si deduce che gli stessi concetti possono esprimere o celare le più diverse realtà umane e diametralmente opposte, possono essere espressioni delle stesse realtà.

    Il altre parole, se è importante l’espressione di un atteggiamento mediante un concetto, il concetto stesso ha significato soltanto se viene riferito alla realtà dell’esperienza di colui che lo esprime.

    In secondo luogo l’umanità intera va salvata non soltanto dalla sua estinzione fisica ma anche dalla morte spirituale di cui lo minaccia la società industriale – economica.

    L’individualismo non l’uniformità ciò dare spazio all’individualismo che abbia proprie convinzioni e con umane aspirazioni. E non all’uniformità cercate e avvolte forzate dalla borghesia con opinioni d’accanto.

    Così l’uomo si espone al pericolo di trasformarsi in automa disumanizzato, senza una visione dell’esistenza che realizzi gli obiettivi di umana libertà. 

                                                                                    

                                                                                   

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