Il disobbediente nella politica e nell’arte concettuale
Ci sono due modi per attraversare il fuoco, o perché si è talmente
violentati i sensi da non provare più nessuna sofferenza, o sofferenza tutto
ciò che c’è da soffrire.
L’uomo disobbediente doveva nascere da una strada difficile, dove si
affrontano mille ostacoli, convinti che ci sta adoperando per se e per gli
altri, e trova nella disperazione la forza per risorgere – egli è per l’eterno
presente, denunciando al sistema la falsa eternità del capitalismo di destra.
Antropologicamente laico: che non consente patteggiamenti con la
metafisica religiosa, che tiene ben distinto il movimento degli oppressi da
coloro che criticano l’alienazione in nome da un umanesimo garantito dalla
trascendenza.
“L’uomo come individuo di una società indubbiamente può, e perfino
deve, sentirsi e riconoscersi limitato, avendo coscienza di questo suo limite,
di questa sua finitezza, solo perché ha davanti a se come oggetto la
perfezione, la infinità delle specie”. Un passaggio dall’uomo alienato all’uomo
disobbediente e la riconquista di una assolutezza. Assolutezza che non sta nei
cieli, ma comporta la riapporpiazione della facoltà legate all’essere naturale
dell’uomo, ai suoi bisogni primari, cioè alle caratteristiche della specie. Il
vivere implica prima di tutto la creazione di mezzi per soddisfare i suoi
bisogni primari, la produzione della vita materiale stessa, questa è un’azione
storica.
L’esperienza sociale si muove secondo certe regole e costanti, e
secondo certe costanti si muove inoltre quella particolare esperienza sociale
che è il capitalismo di destra. Per spiegare la storia del capitalismo, non
basta riferirsi al concetto che la produzione è sempre basata sul rapporto tra
l’uomo e la natura, tra il soggetto che crea valori d’uso e l’oggetto a cui il
lavoro si applica, essa ha le sue regole costanti, le sue leggi. Cogliendo
queste leggi, queste costanti, significa andare per un momento al di là degli
individui, scorgere dei portatori di maschere, di categorie economiche. Un’
intreccio tra costanti generali, costanti del capitalismo e individui che di
volta in volta svolgono i ruoli che il sistema capitalistico gli assegna . In
questo il capitalismo appare come un sistema che priva il lavoratore delle sue
capacità individuali, lo spersonalizza ed entrandovi sono incorporati nel
capitale, essi stessi sono causa dell’esistenza del capitale. Con il suo posto
di lavoro subordinato, la qualità del cittadino se la lascia alle sue spalle -
non c’è insubordinazione, e viceversa – la lotta del disobbediente non è una
semplice lotta di insubordinati, o di sabotatori – ne il sistema è l’unico
luogo della subordinazione . Dovunque esistono forme di oppressione e di
emarginazione create dal capitalismo sfrenato c’è bisogno di una sfrenata lotta
sociale.
Ogni lavoratore ha il vantaggio di conoscere l’avversario: sono un
rapporto obbiettivo di contraddizione con il capitale. Ormai sistematiche
ideologie partitiche fuorvianti li hanno spinti sulla strada dell’ambiguo ceto
medio facendo così scomparire nella mentalità di una società come classe
operaia, corporativizzando la società e favorendo il sorgere delle aristocrazie
operaie.
Fuori dal sistema, invece, gli oppressi non riescono a identificare
il loro avversario perchè con il capitale non hanno un rapporto diretto di
contraddizione. Il loro avversario è totale, enorme, mascherato e difeso come
un tutt’uno con lo stato – donde la forza e il coraggio che derivano dalla
disperazione, nella convizione che per uno stato capitalistico non vale la pena
compiere nessun sacrificio e che i sacrifici vanno compiuti, fino a quello
della propria morale, esclusivamente per eliminare la società esistente - il
pericolo e la strumentazione di una destra capitalistica.
Le organizzazioni operaie e sindacali devono essere attente a non
trascurare l’importanza di questa carica eversiva di lotta sociale, ad impedire
che i compagni disobbedienti nelle manifestazioni si trovino abbandonati a se
stessi, a ricordare che la lotta alla destra capitalistica non si esaurisce in
fabbrica ed è legata in maniera indissolubile all’abbatimento di una ideologia
di stati capitalistici globalizzati.
Cominciare dal basso è anche cominciare con
manifestazioni organizzate – il proletariato tramite questi movimenti ha oggi
una estensione intellettuale con coscienza etica. La coscienza di classe
significa molte cose, non è semplicemente coscienza di oppressione. Coscienza
di classe significa coscienza che alla sinistra si arriva attraverso la
creazione di istituzioni alternative del proletariato, non attraverso l’uso
alternativo delle istituzioni politiche e giuridiche borghesi. Senza
istituzioni alternative del proletariato, la transizione non comincia mai – e
credere che sia già cominciata o possa cominciare sulla base dell’uso
alternativo delle istituzioni borghesi, è la grande illusione della sinistra
riformista: si colora di laicismo, senza perdere le sue virtù taumaturgiche.
Coscienza di classe significa pure che non è dal modello di vita borghese che i
ceti e marginati devono trarre ispirazioni. Sviluppare la coscienza di classe è
il compito primario del disobbediente, apprestare strumenti per il processo rivoluzionario e per i
soggetti che ne sono protagonisti, è ciò che bisogna fare, quendo si sceglie di
stare a fianco degli oppressi del sistema globalizzato – è una scelta che
impegna la ragione e non meno delle altre facoltà umane.
Umanesimo vuol dire anche riconoscimento
che le sofferenze delle classi subalterne non sono astratte sofferenze di
classe. E che le rinunce, a cui le classi sub-alterne vengono chiamate nei
periodi di crisi del capitalismo, col pretesto che c’è da salvare un’intera
nazione applicando leggi speciali e che l’austerità è dettata dal realismo e il
realismo è dal canto suo la massima espressione dell’etica rivoluzionaria, sono
rinunce di questo e di quello, degli individui che appartengono alle classi
sub-alterne.
La storia del socialismo non è la storia di un romanzo edificante,
ne una storia in cui i cattivi esitono solo perchè strumentali al trionfo dei
buoni. L’umanesimo di Marx non è umanitarismo, e alla società di sinistra non
si giunge per via di azioni riparatorie, di preghiere o di misticismo.
La storia degli uomini non è una storia sacra, dove l’individuo si è
come perso. Non è possibile restaurare alcun tipo di oggettivismo metafisico.
Oggettive sono le condizioni storiche, nel senso che ce le troviamo davanti. Al
confronto con queste condizioni storiche il soggetto non sfugge: tanto che si
arrende all’oggettività, e si lascia trascinare dalla corrente, quanto che vi
opponga. Nell’un caso e nell’altro, al soggetto non è consentito rintanarsi in
una storia in miniatura, che niente abbia a che fare e vedere con la storia
universale. L’individualismo ossessivo e praticabile al pari della socialità
pervasiva – entrambi sollevano l’uomo dalla responsabilità morale per quel che
accade nella storia.
L’individualismo ossessivo mette ciascun
soggetto unicamente in relazione con se medesimo. La società pervasiva esclude
qualsiasi relazione tra soggetti, perchè elimina i soggetti.
Non c’è società veramente buona che possa nascere al di fuori di un
processo di disobbedienza che non abbia dalla sua la forza materiale della
organizzazione e la forza morale dell’individuo che milita dentro
l’organizzazione.
La lotta di classe è un motore in movimento, solo se gli oppressi e
gli intellettuali si muovono. L’istinto di classe, quale disobbedienza, nella
sua spontaneità, nasce per le vie della cultura e occorre poi trasformarle in
coscienza di classe, questo è un testamento politico. Non resta che aiutare la
spontaneità, impedire che si frantumi o diventi monopolio di ideologie
reazionarie. Non si possono trascurare i momenti spontanei, le organizzazioni
disobbedienti di No Global, sono movimenti popolari postmoderniste, o
addirittura biasimarli, ne la sinistra può rinunciare ad inserirli nell’ambito
di una politica orientata contro lo stato borghese considerati che essi sono la
stragrande maggioranza degli assenteisti alle elezioni politiche o lo saranno
nel futuro.
Le rivoluzioni non si fanno a tavolino. Intorno ai tavoli ci si
siede per parlare, trovare mediazioni, stabilire accordi, compromessi, avviare
riforme. Le rivoluzioni si fanno quando spontaneità e direzione consapevole si
intrecciano. “ Questa unità della spontaneità e direzione consapevole, ossia
della disciplina è appunto l’azione politica reale delle classi subalterne, in
quanto politica di massa e non semplice avventura di gruppi che si richiamano
alla massa”. Alla massa non basta richiamarsi – la massa, bisogna averla con se. E per averla con se è
necessario agire dentro al processo di produzione e di fabbricazione, dentro
alla spontaneità medesima, nei luoghi dove il conflitto di classe è più forte e
dove esplode la rabbia degli emarginati. Alla filosofia non è consentito
divorziare dal senso comune.
E poi, la passione, il sentire soffrendo. “L’elemento popolare
sente, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale sa, ma non sempre
comprende e sente. I due estremi sono pertanto la passione cieca e il
settarismo dell’altra”. E non si fa politica-storia senza questa connessione
sentimentale tra gli intellettuali e il popolo. Se il rapporto tra intellettuali
e il popolo, tra dirigenti e diretti, tra governanti e governati, e dato da una
adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi
sapere, solo allora avviene lo scambio di elementi individuali tra governanti e
governati, cioè si realizza la vita d’insieme che sola è la forza sociale, si
crea il blocco storico con la spontaneità e l’intellettualizzazione, la
direzione consapevole è verticismo. Senza direzione consapevole, la spontaneità
è velleitarismo.
Non è tempo di manifestazioni, o rivoluzioni, i riformisti
ricordando che il socialismo è fallito nei paesi in cui si è realizzato. Il
fatto è che non bisogna credere alla società socialista come una società di
angeli. Anzi, non bisogna credere ai modelli – per la semplice ragione che non
esistono, proprio come un modello capitalistico non esiste.
Torniamo ancora su un argomento quale l’umanesimo come pratica
politica, potremo così dire che non è dunque l’umanesimo che si condanna,
quando si condanna l’individualismo. L’umanesimo non contrasta la necessità
dell’organizzazione disobbediente dei No Global.
Insistere sull’umanesimo serve a mantenere
viva la priorità del movimento sulle strutture che lo rappresentano nella
società civile e politica, l’importanza della spontaneità, del processo che
comincia dal basso, dalle piazze e dalle strade. L’individualismo come pratica
politica respinge ogni forma di organizzazione e alla spontaneità sostituisce
l’attivismo. Espone il soggetto al fallimento, illudendosi di valorizzarlo.
Spesso, non si sottrae al pericolo del fanatismo: al posto del Dio
trascendente, o accanto a lui, viene allora inalzata la causa politica e la
lotta per la causa politica si colora di immagini quasi religiose.
Il riscatto dell’oppressione appare come una specie di
purificazione, l’individuo che opera per la causa un predestinato. Un pericolo,
quello del fanatismo, che c’è pure nel movimento organizzato. La lotta per una
realtà sociale vera, infatti richiede talora autentici atti di eroismo, e in
ogni caso privazioni, sofferenze .Nell’ambito del movimento organizzato
spontaneo, dove ciò che conta e alla fine l’azione di massa, è tuttavia più
facile mantenere il senso delle proporzioni, mantenersi laici; è più facile
privarsi, soffrire, nella consapevolezza di compiere un dovere, perchè l’etica
rivoluzionaria così comanda, non perchè così comandi la propria soggettiva
intenzione. Per questo bisogna portare un contributo alla filosofia della
contraddizione significa orientare la lotta di classe su un terreno diverso da
quello falsamente riconosciuto.
Per impedire che le classi lavoratrici si lasciano conquistare dal
riformismo non devono difendersi soltanto dall’ideologia borghese delle classi
borghesi, che presentano lo stato come imparziale, il sistema costituzionale
delle libertà come sistema neutrale, la libertà di contrarre come espressione
più autentica dell’individuo. Deve anche difendersi dall’ideologia borghese,
dei suoi dirigenti, quando questi gli fanno credere che la lotta di classe si
conduce all’interno della logica capitalistica dello scambio. Tra trasformazione
disobbediente No Global e trasformazione borghese globalizzante non c’è
continuità – il rinnovamento del disobbediente non comincia dove finisce la
rivoluzione globalizzante: quasi che la compiuta realizzazione delle istanze del
profondo mutamento della borghesia spetti al disobbediente e implichi di
necessità una rinnovamento. Non si tratta di un gioco di staffetta, in cui ci
si passa, da una mano all’altra, il bastone. Il che non esclude che le riforme
abbiano l’effetto di migliorare la posizione del lavoratore da una situazione
globalizzata.
Senza negare l’importanza di un partito laico e del sindacato come
strumento di emancipazione politica e di battaglie rivendicative, il
disobbediente deve appropriarsi della contraddizione. Scoprendo la
contraddizione della società capitalistica, e solo sul terreno delle
contraddizione il disobbediente è rivoluzionario, l’erede della filosofia
classica tedesca. Appropiarsi della contraddizione significa seguire la strada
che conduce il non a sopprimersi, e simultaneamente a sopprimere il termine
antagonistico. La forza della negatività appartiene alle classi subalterne. È
la forza di dire no! E di fare no! Appropiarsi della contraddizione è
l’appropriarsi di una necessità, di una legge che ha il suo equivalente nelle
leggi della natura. Da non sottovalutare, come motivazione inconffessata,
l’incapacità di superare l’antica idea a cui ci hanno abituato le religioni
della trascendenza: l’idea secondo la quale, per dare nella lotta le nostre
migliori energie, persino la nostra vita, e ciò che abbiamo di più caro della
nostra vita, sia indispensabile credersi detentori della verità assoluta,
esecutori di un programma, incondizionabilmente valido. In effetti le scelte di
una politica di sinistra non godono di speciali garanzie di assolutezza. Una
scelta per altre scelte e per un militante è sufficiente che dalla
contraddizione tra capitale e lavoro
possa aprirsi un nuovo mondo. Spetta al militante, una volta che abbia preso
consapevolezza di questa possibilità, passare ai fatti. Spetta alla sua
militanza tradurre la possibilità in realtà. Anzi, egli deve! La logica del
possibile è la logica delle scienze sociali, quindi anche di una politica equa.
La logica del necessario è la logica del militante per una rivoluzione
disobbediente. La possibilità di una politica ecqua di sinistra si accoppia
alla necessità dell’azione politica della sinistra.
Possibilità ed etica, cioè teoria e pratica – rimanere nel campo
della teoria significa perdersi nel labirinto delle possibilità, perdersi nel
vuoto sapere. Bisogna andare alla pratica, sena escludere l’etica. Se di
possibile verità si deve parlare, nel senso di verità soggettiva, una conclusione
si impone: la verità è del soggetto che agisce eticamente, varca i limiti della
scienza. Si tratta allora d’una scienza di cui diffidare – l’esistenza piena
non è concepibile al di fuori dall’etica, e nemmeno della passione. L’etica
disobbediente comporta sofferenza – è la scintilla che accende il contrasto con
l’archetipo della rivolta contro l’oppresione e al contempo è il mezzo per
passare dalla possibilità della politica di sinistra alla necessità dell’azione
per la sinistra. Disobbedienza rivoluzionaria è quell’etica che è pronta a
sacrificare ogni interesse materiale, pur di consentire l’instaurazione di una
società di sinistra che rifiuta il tatticismo del giorno per giorno; che non da
un mano al capitale in cambio di vantaggi immediati con una vita vissuta solo
sull’estetica; che non nutre illusioni sulla lotta combattuta sull’ambito degli
istituti politici e giuridici della borghesia; che non intende la fase di
transizione come un idillio intrecciato dalle classi subalterne con le forze
più avanzate delle classi dominanti – in una parola, rivoluzionaria e
disobbediente è quell’etica che accetta un solo tipo di realismo: realismo in
quanto osservazione della realtà e scelta del momento e dei mezzi più opportuni
per agire, non realismo in quanto atto di sottomissione nei confronti della
realtà e delle sue principali tendenze. Il disobbediente come principale motivo
deve volere tutto, deve sfidare anche le potenze delle multinazionali, del
sistema globale, che non sembrano imbattibili. Egli è consapevole di essere il
granello di sabbia che ferma l’ingranaggio del sistema capitalistico,
consapevole anche che tanti granelli di sabbia trasformano il sistema
capitalistico in un deserto. Basta sfidare la sua base: il consumo. Basta non
stare ai patti. “Se c’è un movimento storico al quale la realpolitik è fatale e
deleteria, questo è proprio il socialismo”, come movimento di disobbedienza.

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