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sabato 23 agosto 2025

LIBERIBELLI

HEGEL: “L’IMMANE POTENZA DEL NEGATIVO”
 

Il disobbediente nella politica e nell’arte concettuale

 

Ci sono due modi per attraversare il fuoco, o perché si è talmente violentati i sensi da non provare più nessuna sofferenza, o sofferenza tutto ciò che c’è da soffrire.

L’uomo disobbediente doveva nascere da una strada difficile, dove si affrontano mille ostacoli, convinti che ci sta adoperando per se e per gli altri, e trova nella disperazione la forza per risorgere – egli è per l’eterno presente, denunciando al sistema la falsa eternità del capitalismo di destra.

Antropologicamente laico: che non consente patteggiamenti con la metafisica religiosa, che tiene ben distinto il movimento degli oppressi da coloro che criticano l’alienazione in nome da un umanesimo garantito dalla trascendenza.

“L’uomo come individuo di una società indubbiamente può, e perfino deve, sentirsi e riconoscersi limitato, avendo coscienza di questo suo limite, di questa sua finitezza, solo perché ha davanti a se come oggetto la perfezione, la infinità delle specie”. Un passaggio dall’uomo alienato all’uomo disobbediente e la riconquista di una assolutezza. Assolutezza che non sta nei cieli, ma comporta la riapporpiazione della facoltà legate all’essere naturale dell’uomo, ai suoi bisogni primari, cioè alle caratteristiche della specie. Il vivere implica prima di tutto la creazione di mezzi per soddisfare i suoi bisogni primari, la produzione della vita materiale stessa, questa è un’azione storica.

L’esperienza sociale si muove secondo certe regole e costanti, e secondo certe costanti si muove inoltre quella particolare esperienza sociale che è il capitalismo di destra. Per spiegare la storia del capitalismo, non basta riferirsi al concetto che la produzione è sempre basata sul rapporto tra l’uomo e la natura, tra il soggetto che crea valori d’uso e l’oggetto a cui il lavoro si applica, essa ha le sue regole costanti, le sue leggi. Cogliendo queste leggi, queste costanti, significa andare per un momento al di là degli individui, scorgere dei portatori di maschere, di categorie economiche. Un’ intreccio tra costanti generali, costanti del capitalismo e individui che di volta in volta svolgono i ruoli che il sistema capitalistico gli assegna . In questo il capitalismo appare come un sistema che priva il lavoratore delle sue capacità individuali, lo spersonalizza ed entrandovi sono incorporati nel capitale, essi stessi sono causa dell’esistenza del capitale. Con il suo posto di lavoro subordinato, la qualità del cittadino se la lascia alle sue spalle - non c’è insubordinazione, e viceversa – la lotta del disobbediente non è una semplice lotta di insubordinati, o di sabotatori – ne il sistema è l’unico luogo della subordinazione . Dovunque esistono forme di oppressione e di emarginazione create dal capitalismo sfrenato c’è bisogno di una sfrenata lotta sociale.

Ogni lavoratore ha il vantaggio di conoscere l’avversario: sono un rapporto obbiettivo di contraddizione con il capitale. Ormai sistematiche ideologie partitiche fuorvianti li hanno spinti sulla strada dell’ambiguo ceto medio facendo così scomparire nella mentalità di una società come classe operaia, corporativizzando la società e favorendo il sorgere delle aristocrazie operaie.

Fuori dal sistema, invece, gli oppressi non riescono a identificare il loro avversario perchè con il capitale non hanno un rapporto diretto di contraddizione. Il loro avversario è totale, enorme, mascherato e difeso come un tutt’uno con lo stato – donde la forza e il coraggio che derivano dalla disperazione, nella convizione che per uno stato capitalistico non vale la pena compiere nessun sacrificio e che i sacrifici vanno compiuti, fino a quello della propria morale, esclusivamente per eliminare la società esistente - il pericolo e la strumentazione di una destra capitalistica.

Le organizzazioni operaie e sindacali devono essere attente a non trascurare l’importanza di questa carica eversiva di lotta sociale, ad impedire che i compagni disobbedienti nelle manifestazioni si trovino abbandonati a se stessi, a ricordare che la lotta alla destra capitalistica non si esaurisce in fabbrica ed è legata in maniera indissolubile all’abbatimento di una ideologia di stati capitalistici globalizzati.

    Cominciare dal basso è anche cominciare con manifestazioni organizzate – il proletariato tramite questi movimenti ha oggi una estensione intellettuale con coscienza etica. La coscienza di classe significa molte cose, non è semplicemente coscienza di oppressione. Coscienza di classe significa coscienza che alla sinistra si arriva attraverso la creazione di istituzioni alternative del proletariato, non attraverso l’uso alternativo delle istituzioni politiche e giuridiche borghesi. Senza istituzioni alternative del proletariato, la transizione non comincia mai – e credere che sia già cominciata o possa cominciare sulla base dell’uso alternativo delle istituzioni borghesi, è la grande illusione della sinistra riformista: si colora di laicismo, senza perdere le sue virtù taumaturgiche. Coscienza di classe significa pure che non è dal modello di vita borghese che i ceti e marginati devono trarre ispirazioni. Sviluppare la coscienza di classe è il compito primario del disobbediente, apprestare strumenti  per il processo rivoluzionario e per i soggetti che ne sono protagonisti, è ciò che bisogna fare, quendo si sceglie di stare a fianco degli oppressi del sistema globalizzato – è una scelta che impegna la ragione e non meno delle altre facoltà umane.

    Umanesimo vuol dire anche riconoscimento che le sofferenze delle classi subalterne non sono astratte sofferenze di classe. E che le rinunce, a cui le classi sub-alterne vengono chiamate nei periodi di crisi del capitalismo, col pretesto che c’è da salvare un’intera nazione applicando leggi speciali e che l’austerità è dettata dal realismo e il realismo è dal canto suo la massima espressione dell’etica rivoluzionaria, sono rinunce di questo e di quello, degli individui che appartengono alle classi sub-alterne.

La storia del socialismo non è la storia di un romanzo edificante, ne una storia in cui i cattivi esitono solo perchè strumentali al trionfo dei buoni. L’umanesimo di Marx non è umanitarismo, e alla società di sinistra non si giunge per via di azioni riparatorie, di preghiere o di misticismo.

La storia degli uomini non è una storia sacra, dove l’individuo si è come perso. Non è possibile restaurare alcun tipo di oggettivismo metafisico. Oggettive sono le condizioni storiche, nel senso che ce le troviamo davanti. Al confronto con queste condizioni storiche il soggetto non sfugge: tanto che si arrende all’oggettività, e si lascia trascinare dalla corrente, quanto che vi opponga. Nell’un caso e nell’altro, al soggetto non è consentito rintanarsi in una storia in miniatura, che niente abbia a che fare e vedere con la storia universale. L’individualismo ossessivo e praticabile al pari della socialità pervasiva – entrambi sollevano l’uomo dalla responsabilità morale per quel che accade nella storia.

    L’individualismo ossessivo mette ciascun soggetto unicamente in relazione con se medesimo. La società pervasiva esclude qualsiasi relazione tra soggetti, perchè elimina i soggetti.

Non c’è società veramente buona che possa nascere al di fuori di un processo di disobbedienza che non abbia dalla sua la forza materiale della organizzazione e la forza morale dell’individuo che milita dentro l’organizzazione.

La lotta di classe è un motore in movimento, solo se gli oppressi e gli intellettuali si muovono. L’istinto di classe, quale disobbedienza, nella sua spontaneità, nasce per le vie della cultura e occorre poi trasformarle in coscienza di classe, questo è un testamento politico. Non resta che aiutare la spontaneità, impedire che si frantumi o diventi monopolio di ideologie reazionarie. Non si possono trascurare i momenti spontanei, le organizzazioni disobbedienti di No Global, sono movimenti popolari postmoderniste, o addirittura biasimarli, ne la sinistra può rinunciare ad inserirli nell’ambito di una politica orientata contro lo stato borghese considerati che essi sono la stragrande maggioranza degli assenteisti alle elezioni politiche o lo saranno nel futuro.

Le rivoluzioni non si fanno a tavolino. Intorno ai tavoli ci si siede per parlare, trovare mediazioni, stabilire accordi, compromessi, avviare riforme. Le rivoluzioni si fanno quando spontaneità e direzione consapevole si intrecciano. “ Questa unità della spontaneità e direzione consapevole, ossia della disciplina è appunto l’azione politica reale delle classi subalterne, in quanto politica di massa e non semplice avventura di gruppi che si richiamano alla massa”. Alla massa non basta richiamarsi – la massa,  bisogna averla con se. E per averla con se è necessario agire dentro al processo di produzione e di fabbricazione, dentro alla spontaneità medesima, nei luoghi dove il conflitto di classe è più forte e dove esplode la rabbia degli emarginati. Alla filosofia non è consentito divorziare dal senso comune.

E poi, la passione, il sentire soffrendo. “L’elemento popolare sente, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale sa, ma non sempre comprende e sente. I due estremi sono pertanto la passione cieca e il settarismo dell’altra”. E non si fa politica-storia senza questa connessione sentimentale tra gli intellettuali e il popolo. Se il rapporto tra intellettuali e il popolo, tra dirigenti e diretti, tra governanti e governati, e dato da una adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere, solo allora avviene lo scambio di elementi individuali tra governanti e governati, cioè si realizza la vita d’insieme che sola è la forza sociale, si crea il blocco storico con la spontaneità e l’intellettualizzazione, la direzione consapevole è verticismo. Senza direzione consapevole, la spontaneità è velleitarismo.

Non è tempo di manifestazioni, o rivoluzioni, i riformisti ricordando che il socialismo è fallito nei paesi in cui si è realizzato. Il fatto è che non bisogna credere alla società socialista come una società di angeli. Anzi, non bisogna credere ai modelli – per la semplice ragione che non esistono, proprio come un modello capitalistico non esiste.

Torniamo ancora su un argomento quale l’umanesimo come pratica politica, potremo così dire che non è dunque l’umanesimo che si condanna, quando si condanna l’individualismo. L’umanesimo non contrasta la necessità dell’organizzazione disobbediente dei No Global.

    Insistere sull’umanesimo serve a mantenere viva la priorità del movimento sulle strutture che lo rappresentano nella società civile e politica, l’importanza della spontaneità, del processo che comincia dal basso, dalle piazze e dalle strade. L’individualismo come pratica politica respinge ogni forma di organizzazione e alla spontaneità sostituisce l’attivismo. Espone il soggetto al fallimento, illudendosi di valorizzarlo. Spesso, non si sottrae al pericolo del fanatismo: al posto del Dio trascendente, o accanto a lui, viene allora inalzata la causa politica e la lotta per la causa politica si colora di immagini quasi religiose.

Il riscatto dell’oppressione appare come una specie di purificazione, l’individuo che opera per la causa un predestinato. Un pericolo, quello del fanatismo, che c’è pure nel movimento organizzato. La lotta per una realtà sociale vera, infatti richiede talora autentici atti di eroismo, e in ogni caso privazioni, sofferenze .Nell’ambito del movimento organizzato spontaneo, dove ciò che conta e alla fine l’azione di massa, è tuttavia più facile mantenere il senso delle proporzioni, mantenersi laici; è più facile privarsi, soffrire, nella consapevolezza di compiere un dovere, perchè l’etica rivoluzionaria così comanda, non perchè così comandi la propria soggettiva intenzione. Per questo bisogna portare un contributo alla filosofia della contraddizione significa orientare la lotta di classe su un terreno diverso da quello falsamente riconosciuto.

Per impedire che le classi lavoratrici si lasciano conquistare dal riformismo non devono difendersi soltanto dall’ideologia borghese delle classi borghesi, che presentano lo stato come imparziale, il sistema costituzionale delle libertà come sistema neutrale, la libertà di contrarre come espressione più autentica dell’individuo. Deve anche difendersi dall’ideologia borghese, dei suoi dirigenti, quando questi gli fanno credere che la lotta di classe si conduce all’interno della logica capitalistica dello scambio. Tra trasformazione disobbediente No Global e trasformazione borghese globalizzante non c’è continuità – il rinnovamento del disobbediente non comincia dove finisce la rivoluzione globalizzante: quasi che la compiuta realizzazione delle istanze del profondo mutamento della borghesia spetti al disobbediente e implichi di necessità una rinnovamento. Non si tratta di un gioco di staffetta, in cui ci si passa, da una mano all’altra, il bastone. Il che non esclude che le riforme abbiano l’effetto di migliorare la posizione del lavoratore da una situazione globalizzata.

Senza negare l’importanza di un partito laico e del sindacato come strumento di emancipazione politica e di battaglie rivendicative, il disobbediente deve appropriarsi della contraddizione. Scoprendo la contraddizione della società capitalistica, e solo sul terreno delle contraddizione il disobbediente è rivoluzionario, l’erede della filosofia classica tedesca. Appropiarsi della contraddizione significa seguire la strada che conduce il non a sopprimersi, e simultaneamente a sopprimere il termine antagonistico. La forza della negatività appartiene alle classi subalterne. È la forza di dire no! E di fare no! Appropiarsi della contraddizione è l’appropriarsi di una necessità, di una legge che ha il suo equivalente nelle leggi della natura. Da non sottovalutare, come motivazione inconffessata, l’incapacità di superare l’antica idea a cui ci hanno abituato le religioni della trascendenza: l’idea secondo la quale, per dare nella lotta le nostre migliori energie, persino la nostra vita, e ciò che abbiamo di più caro della nostra vita, sia indispensabile credersi detentori della verità assoluta, esecutori di un programma, incondizionabilmente valido. In effetti le scelte di una politica di sinistra non godono di speciali garanzie di assolutezza. Una scelta per altre scelte e per un militante è sufficiente che dalla contraddizione  tra capitale e lavoro possa aprirsi un nuovo mondo. Spetta al militante, una volta che abbia preso consapevolezza di questa possibilità, passare ai fatti. Spetta alla sua militanza tradurre la possibilità in realtà. Anzi, egli deve! La logica del possibile è la logica delle scienze sociali, quindi anche di una politica equa. La logica del necessario è la logica del militante per una rivoluzione disobbediente. La possibilità di una politica ecqua di sinistra si accoppia alla necessità dell’azione politica della sinistra.

Possibilità ed etica, cioè teoria e pratica – rimanere nel campo della teoria significa perdersi nel labirinto delle possibilità, perdersi nel vuoto sapere. Bisogna andare alla pratica, sena escludere l’etica. Se di possibile verità si deve parlare, nel senso di verità soggettiva, una conclusione si impone: la verità è del soggetto che agisce eticamente, varca i limiti della scienza. Si tratta allora d’una scienza di cui diffidare – l’esistenza piena non è concepibile al di fuori dall’etica, e nemmeno della passione. L’etica disobbediente comporta sofferenza – è la scintilla che accende il contrasto con l’archetipo della rivolta contro l’oppresione e al contempo è il mezzo per passare dalla possibilità della politica di sinistra alla necessità dell’azione per la sinistra. Disobbedienza rivoluzionaria è quell’etica che è pronta a sacrificare ogni interesse materiale, pur di consentire l’instaurazione di una società di sinistra che rifiuta il tatticismo del giorno per giorno; che non da un mano al capitale in cambio di vantaggi immediati con una vita vissuta solo sull’estetica; che non nutre illusioni sulla lotta combattuta sull’ambito degli istituti politici e giuridici della borghesia; che non intende la fase di transizione come un idillio intrecciato dalle classi subalterne con le forze più avanzate delle classi dominanti – in una parola, rivoluzionaria e disobbediente è quell’etica che accetta un solo tipo di realismo: realismo in quanto osservazione della realtà e scelta del momento e dei mezzi più opportuni per agire, non realismo in quanto atto di sottomissione nei confronti della realtà e delle sue principali tendenze. Il disobbediente come principale motivo deve volere tutto, deve sfidare anche le potenze delle multinazionali, del sistema globale, che non sembrano imbattibili. Egli è consapevole di essere il granello di sabbia che ferma l’ingranaggio del sistema capitalistico, consapevole anche che tanti granelli di sabbia trasformano il sistema capitalistico in un deserto. Basta sfidare la sua base: il consumo. Basta non stare ai patti. “Se c’è un movimento storico al quale la realpolitik è fatale e deleteria, questo è proprio il socialismo”, come movimento di disobbedienza.

Quando una società falsa e subdola, ormai invecchiata non muore, è perchè sono i molti coloro che non la aiutano a morire, per la paura delle poche certezze acquisite, che non sanno rinunciare all’oggi per timore che il domani li travolga. E attendere che una società muoia spontaneamente, è vegliare in vano.


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